Fragole a colazione

a/
Neppure l’acqua ama essere rinchiusa, ed é per questo che scorre indisturbata, da millenni per le vie di Roma. Nella luce che rischiarava le sue pietre, la città gli appariva, come sempre, indomita e magnifica ad ogni ora del giorno. Mentre si soffermava su questi pensieri, oscillando al suono dei suoi passi, avanzò verso il centro della piazza, dove l’attendeva Irma. L’edicola era ancora chiusa. La piazza semideserta.
Due soldati facevano bella guardia alla Chiesa di Santa Maria in Trastevere.
Ancora pochi passi, pensò tra sé e sé, e la loro storia avrebbe potuto ricominciare, come un tempo, senza paura di alcunchè. In quel mentre due vecchi ratti, dagli occhi tranquilli, si fecero notare lungo il muro e presto s’infilarono nella fogna vicina.
Non si curò di loro e proseguì oltre. Tutto sembrava in ordine. Il sole era prossimo a spuntare, dietro i Monti Prenestini. Un autocarro amaranto sostava dinanzi alla farmacia, in tutto il suo splendore.

b/

La cosa lo sorprese alquanto. Con passo svelto passò oltre i resti di una casa del secolo venturo e s’infilò, noncurante, in una salita che portava alla vecchia Fonte sotto la rampa del Monte Aureo. Qui, tra due filari di tufo, ammassati a far muro, risalì i cento larghi gradini. In cima alla collina i platani spingevano i loro rami dorati sul cielo azzurro di sempre. Finalmente s’intravedeva il profilo del campanile del vecchio convento; ancora pochi passi e sarebbe stato al sicuro. Zoe e Cristina gli vennero incontro scodinzolando le loro belle code bianca e nera. La vista di Roma, da lassù, in alternanza gli toglieva il respiro e glielo restituiva colmo di bellezza. Proprio un bel nascondiglio, non c’è che dire. Irma era sempre stata brava nella ricerca di rifugi d’epoca. L’atterraggio, sebbene non si fossero ancora incontrati, si poteva considerare ben riuscito. Del resto, in cuor suo sentiva che era così. E il suo cuore non sbagliava.

c/

Al rifugio Irma non c’era, e la cosa lo turbò un poco. L’appartamento dava da un lato a sud-est, sui tetti del colonnato chiostrale, e dall’altro ad est,dove si poteva stendere lo sguardo fino alle cupole di piombo delle chiese sul fiume e via via su verso i monti. Tutto era in ordine, le suppellettili ben riposte in cucina, brillavano di pulito, come fossero state appena lasciate lì, per una gita domenicale fuori porta. Intanto che pensava al da farsi, riempì per metà un bollitore d’acqua e lo posò sui fornelli, con l’intenzione di prepararsi un tè. Una persiana della finestra che dava sul chiostro s’udiva sbattere di tanto in tanto, abbandonata a se stessa, sotto i colpi del ponentino, appena levato. Pensò bene di chiuderla e intanto rifletteva sul soggetto che andava immaginando, senza interruzione, da una vita intera. La prima scena prendeva forma in un Caffè d’altra epoca, d’ottoni lucenti e tavolini di marmo, dietro una finestra illuminata, in un palazzo del 600. Proprio là, una giovane coppia si acambiava sguardi furtivi capaci di scassinare robusti forzieri di silenzio. Un giovane grano di tempo illuminava il volto di Lei e le accendeva un delicato sorriso negli occhi. Lui si lasciava leggere i pensieri, apertamente, senza neppure protestare. Strano -pensò- questa scena non muta mai,eppure incanta.

d/

Dall’alto della collina si potevano vedere le persone avviate in ogni direzione, dietro i loro affari, come rapite da un richiamo nascosto. Il té era pronto, il suo profumo d’osmanto saliva su per le narici a portargli un nitido ricordo d’ una città d’oriente, sul far della sera. Non era stata Irma, quella volta, ad accendere la caldaia che aveva in petto. Di nuovo si sorprese a pensare a Lei, mentre avvertiva una punta di dolore a lato del mignolo del piede destro. Dov’era finita? Possibile che avesse mancato l’appuntamento? Non era da Lei. Irma era una viaggiatrice multidimensionale esperta, dotata di un istinto insuperabile e di acuto ingegno. Si erano lasciati ad Istanbul poche ore prima, giurandosi di dormire insieme quella notte a Roma. L’aria a Gerusalemme si era fatta irrespirabile. Le poche persone per le strade polverose si coprivano il volto con sottili maschere filtranti, capaci di far passare solo l’aria. Posti di blocco ad ogni grande incrocio identificavano i malcapitati, sottoponendoli ad interrogatori molesti, quanto inutili. Le funzioni religiose di Pasqua erano state vietate e d’altra parte come si poteva festeggiare la liberazione? Si viveva soli, senza scopo, avvolti da una delusione cristallizzata da tempo. Irma tuttavia non si era data per vinta e inventava ogni giorno nuove strategie per tornare a vivere, insieme a lui.

e/

A Gerusalemme le tempeste di polveri si erano fatte più frequenti negli ultimi mesi. Giungevano improvvise da oriente, al calare del sole. Colonne di nubi, dense di finissime polveri, oscuravano il cielo e s’impossessavano d’ogni anfratto della città, rendendo per qualche ora impossibile qualsivoglia attività umana all’aperto. Al fine di ridurre i pericoli ed impedire possibili atti di sciacallaggio, la municipalità aveva stabilito di limitare al massimo gli spostamenti pomeridiani. La polizia effettuava pertanto controlli minuziosi su ogni abitante che veniva sorpreso ad avventurarsi all’aperto in quelle ore del giorno. Sul principio la cosa era stata ben accolta dalla popolazione, ma a lungo andare cominciava a pesare, anche perchè le strade erano divenute privilegio assoluto delle forze dell’ordine, che non tolleravano ormai nessun’altra presenza oltre la propria.

I controlli erano divenuti giorno dopo giorno più asfissianti e insensati. Si pretendeva ogni sorta dì giustificazione. Le auto venivano perquisite, le persone a piedi fermate ed interrogate, talvolta ammanettate e condotte in commissariato per interminabili accertamenti. Si rischiava perlomeno di passare qualche ora in guardina, o peggio di venire denunciati per resistenza alla forza pubblica, sebbene il reato in questione si limitasse comunemente al semplice esercizio di un diritto umano fondamentale. Irma non si rassegnava a tali cambiamenti ed andava maturando, dentro sè, il disegno di un varco salvifico. La zona di Mahane Yehuda Market, poco lontana dalla Porta Nuova, era relativamente risparmiata dai controlli e quando il vento calava era possibile ancora sedersi al tavolo di un locale, ed ordinare un caffè con ghiaccio e vaniglia o una flute di prosecco. Irma e Paolo avevano l’abitudine di ritrovarsi per l’aperitivo prima di cena al Kadosh. Il locale aveva la pretesa di rievocare un pizzico di profumo di Francia. Le note di una mazurka, dall’insistente ritmo ternario, diffondevano tra i tavoli, rianimando lo sguardo di coppie silenziose.

Era appena spuntata la prima luna piena di primavera, la più grande e luminosa dell’anno. Nelle case cominciava la vigilia di Pesach. L’ora era più che mai propizia per tentare una fuga nello spaziotempo.

f/

Quella notte Irma rimase sveglia, seduta in meditazione, con la finestra aperta sull’immensa luna piena. Nella mente vuota e silente affioravano, di tanto in tanto, isolotti di ricordi, immagini di giorni, dialoghi amorosi, caratteri d’inchiostro incisi e pulsanti sulla retina. Alcuni versi del De rerum natura in particolare restavano vivi a lungo:

Et magis est animus vitae claustra coercens
et dominantior ad vitam quam vis animai.
Nam sine mente animoque nequit residere per artus
temporis exiguam partem pars ulla animai,
sed comes insequitur facile et discedit in auras
et gelidos artus in leti frigore linquit.

Ma é l'animo a tenere ben stretti i serrami della vita
e a dominare l'esistenza assai più della forza dell'anima.
Infatti senza la mente e l'animo, nessuna parte dell'anima
può albergare nelle membra neanche per un breve attimo,
ma docile segue la sua sorte e si disperde nell'aria
e lascia le fredde membra nel gelo della morte.

Erano versi che aveva letto e studiato fino allo sfinimento, negli anni del liceo. Si potrebbe dire che l’idea stessa della traslocazione (proiezione) spaziotemporale era sorta da quegli antichi versi, come un perduto incantesimo, ritrovato per caso. Chissà quale stupore si stampò sul volto di Poggio Bracciolini quando strofinò il naso su quelle pagine. Avrebbe potuto comprenderne la portata? Fatto sta che la scienza era da allora assai progredita in ogni campo. Ed infinite applicazioni si producevano a fini per lo più commerciali, quasi quotidianamente. Era pressochè impossibile sottrarsi al richiamo dell’ultima app che prometteva di difenderti da ogni minaccia, nello spazio di un chilometro. La giornata cominciava con il passaggio dal dispensario di quartiere, per la dose di vaccino totipotente quotidiano. Nulla era lasciato al caso. Ogni paura analizzata nei suoi molteplici aspetti e classificata con accuratezza, con l’indicazione della causa chimico-fisica e biologica acclarata. I progressi erano tali, che bastava poco più di un mattino per lo sviluppo di un nuovo vaccino. La distribuzione, per il futuro, sarebbe avvenuta tramite aggiornamento a distanza del microchip. Per rendere esecutiva questa procedura occorreva soltanto l’ultimo visto del Presidente, ma al Ministero della Scienza la cosa era data per certa. Ad oggi era necessario invece passare il braccio sotto un tatuatore vaccinale, che aggiornava il microchip con l’ultimo rimedio di giornata. Questa pratica era entrata in uso pochi mesi prima, quando un allarme virale planetario aveva abbattuto un terzo dell’economia mondiale e ridotto alla fame milioni di persone.

g/

Si era trattato di una tempesta perfetta, che non aveva lasciato scampo a governi e popolazioni di tutto l’emisfero settentrionale, mentre il sud era stato relativamente risparmiato. All’inizio qualcuno aveva tentato di dire che erano i carichi di particelle ultrafini, addensanti l’aria delle pianure, ad essere i veri responsabili dell’aumento di malattie polmonari che si erano manifestate in quei giorni, ma la sua voce era stata facilmente soverchiata dalla televisione e dai giornali, che non lasciavano scampo alcuno alla popolazione civile.

Il bombardamento informativo aveva raggiunto le dimensioni del terrore. Nessun morto era risparmiato. Tutti venivano messi sul conto dell’incolpevole virus. La confusione dilagava. Qualcuno era riuscito a fuggire sulle montagne o al mare, ma la maggior parte della popolazione era rimasta intrappolata nelle città, con l’aria razionata, privata del cielo per larga parte del giorno. E cominciava ad aver fame. Qualcuno dei più vecchi si era tolto la vita, per disperazione. I medici e gli infermieri non riposavano più. La vita cambiava, inesorabilmente. I giorni andavano acquisendo sfumature inedite. Il tempo, in particolare, aveva preso a scorrere più lentamente e con un ritmo dimenticato. Ma dopo pochi mesi la faccenda virò verso il peggio.

Ad Irma veniva ora voglia di fuggire il più lontano possibile. Soprattutto al mattino la nostalgia della libertà si faceva feroce. Il giorno era popolato di mascherine tristi dietro le quali scompariva ogni sorriso. Alle soglie del suo sessantacinquesimo anno Irma si interrogava sul da farsi.

Quel giorno l’aria era stata tiepida e soffocante. La tempesta di polveri le aveva puntualmente intasato i polmoni. Un colpo di tosse la riportò all’acre realtà. Era notte fonda quando si decise ad uscire all’aperto cercando aria. Le vie, silenziose e deserte, si concedevano ad una esplorazione completa. Un abbaiare di cani venne crudamente a destarla da quella opaca sensazione di solitudine, riportandola alle pietre lustre di luna del suo quartiere.

Era quanto mai tentata, ma non del tutto convinta, a lasciare quegli anni autentici per un surrogato di dolce vita. Continuava ad esitare. Se non fosse stato per Paolo, se non fosse stato per quel varco, ora aperto e presto serrato, avrebbe continuato a sperare. Follia, si disse, e rientrò. Meglio prepararsi.

h/

Paolo dormiva profondamente, come solo gli uomini felici riescono a fare. Dal rapido e leggero movimento che si manifestava sotto le palpebre, si poteva intuire che stesse sognando. Il corpo era immobile, raccolto sul fianco destro. Era questa una posizione che aveva appreso dai monaci tibetani, i quali avevano una consolidata esperienza sul modo migliore di conservare la chiarezza mentale durante il sonno. Spesso i suoi sogni si sviluppavano uno nell’altro, oppure si intrecciavano con quelli di Irma. Paolo riteneva che in futuro ci sarebbe stata la possibilità anche di fare sogni di gruppo. Intanto erano in realtà gli incubi a manifestaarsi comunitariamente di giorno.

Sembrava che un pensiero paranoico avesse contagiato, velocemente, l’intera comunità umana. La capacità di un sano discernimento era stata appestata da una paura tanto infondata, quanto distruttiva. Era sempre più raro imbattersi in un pensiero bello ad udirsi, chiaro a tal punto da giungere fulminante a rischiarare la mente di chi era in ascolto. La confusione intellettuale si diffondeva come una spessa nebbia e non riparmiava nè eruditi nè ignoranti, né ricchi nè poveri, nè miseri nè potenti. Solo il clochard del santo sepolcro sembrava immune a tale virus dell’intelletto e mentre sfogliava le pagine fresche di stampa del Jerusalem Post, ripeteva a voce alta: “il nulla , 40 pagine piene di nulla”. Intanto il buon senso lasciava campo aperto al senso comune, che solidificava giorno dopo giorno, in pensiero unico, come fa la crema pasticcera al contatto di una sola goccia d’ un falso aroma di fiore d’arancio, così s’ottundeva la mente dei più, al contatto delle gocce quotidiane di follia che venivano diffuse dal un potere vuoto e confuso, quanto mai prima. Di questo anche Irma era ormai certa. Un pensiero paranoico si riconosce dalla sua mancanza di buon senso. E poichè erano ancora in molti quelli che di questo erano provvisti, si cominciava a vedere quanto stava accadendo. Alcuni si rincuoravano pensando che, dal momento che la provvidenza vede e provvede, alla fine sarebbe andato tutto per il verso migliore.

i/

Era stato Paolo ad accendere nella mente curiosa di Irma, l’idea di viaggiare nel tempo, ai tempi della sua tesi di dottorato in fisica quantistica. La sua vita era stata ben spesa riguardo a questo tema. La capsula pulsar Ypsilon – epsilon (Y-e) portava il suo nome. Si trattava di un veicolo elettromagnetico, formato da una capsula ad uovo di cristallo, posta all’interno di un orbitale esterno virtuale. Nell’orbitale, per mezzo di un impulso mentale, si generava tra i due elettrodi di Terbium (Tb) ed Erbium (Er) ( due metalli duttili a struttura cristallina esagonale estratti dalla Ytterbite) un campo elettromagnetico del tipo pulsar.

Il  campo elettromagnetico generato dalla scintilla tra i due elettrodi, era dell’ordine delle migliaia di Tev e nella sua vorticosa rotazione (oltre 22.000 giri al sec)  creava un vuoto assoluto intorno alla capsula, tale da produrre un tunnel spaziotemporale, nonché l’assorbimento e la proiezione olografica del contenuto molecolare della capsula. Ne seguiva l’emissione dal puntatore dei pacchetti quantici, proiettati a risalire il tempo, in fila indiana, dentro un tunnel a forma di arcobaleno di 180 gradi, lungo lo spaziotempo intercorrente tra la posizione del presente e le coordinate spaziotemporali fissate con la BusQua (bussola quantica).

La capsula (Y-e) sviluppava un volume interno, sagomato in forma umana, di 2.917 metri cubi. La superficie di contatto dell’alloggiamento era interamente rivestito di uno strato uniforme di nanosensori, per la rilevazione, con risonanza magnetica subatomica, delle strutture cito-architettoniche con  l’esatto posizionamento molecolare. La posizione di ogni elemento fisico e  chimico, nonché la conformazione delle memorie psichiche, veniva rilevata in tal modo, al raggiungimento dell’intensità di soglia del campo elettromagnetico. Nel range  tra i 43.44 e 44.44 Tev , la rappresentazione  era di altissima definizione, prossima all’originale. Un’ ulteriore accelerazione del campo permetteva di proiettare i dati della risonanza in sette sfere virtuali immagazzinate in una piu’ ampia sfera , della medesima dimensione di quella contenuta nel cavo del Pantheon. In questa sfera microcosmica, a temperature prossime allo zero assoluto, l’intero dato vitale del viaggiatore veniva memorizzato in pacchetti quantici, di 64 qubit ciascuno, organizzati per le diverse sfere dimensionali. Quando la rotazione extracapsulare raggiungeva i 22.000 giri al secondo, la sfera virtuale sublimava, ed i pacchetti quantici erano risucchiati dal vuoto, in buon ordine, dal vertice del cranio all’unghia delle quinte dita dei piedi, e riallineati da un moto uniforme, in direzione delle coordinate spaziotemporali prescelte, in attesa della traslazione.

La capsula (Y-e) era riemersa in perfetto ordine, dall’ultimo viaggio nel tempo. Sanificata accuratamente da ogni residuo molecolare, era pronta ad essere resettata su nuove coordinate. Il varco spaziotemporale seguente alla Grande Luna di primavera, aveva raggiunto la sua massima apertura angolare annuale. Tale apertura rendeva possibile proiettare una traslazione spaziotemporale di 70 anni, sulla distanza di 2200 km. Non era il caso di lasciarsi sfuggire una simile occasione.