Quale linguaggio?

La giusta misura nel parlare è  quella che meglio risponde alla necessità  del momento. Il parlare è costitutivo della natura umana, il parlar chiaro, o meglio ancora bene, è frutto di un apprendimento che dura tutta la vita.
Ad un certo punto le parole si fanno avanti, verso la punta della lingua, con l’ardore e la chiarezza istintiva che le sospinge. E ti chiedi, è questa quella giusta? Posso ricacciarla indietro impunemente? Trattenerla nel chiostro della bocca?  O lasciarla partir fuori dei denti, come cantus firmus, che non tace?
Che posso dire riguardo agli sforzi che si possono fare per goder dell’eloquenza? Masticatela quella parola, fino ad assaporarne gli umori, i sapori, il senso che contiene. È  sagace, mieloso,  acida, amara come il fiele, troppo piccante? Allora tacete.
Distinguete se è  per il bene o meno, se a risentirla in piazza ve ne verrebbe angustia o vergogna, se passato il primo ascolto ne resta un segno, o più  di uno solo su cui meditare.
A quel punto converrete che non vi tradirà se Ella non mente e non affermi a vuoto. Nutriamoci dunque delle parole come fossero radici che affondano nel mistero della vita e che da esso fioriscono, e in esso ricadono.
Ogni  pensiero, vanitoso o meno, è libero di affiorare dal profondo, ma prima che lo coltiviate e che diffonda, ascoltatevi. Cosa vi lascia  quel logos che da voi si diparte?

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